domenica 30 gennaio 2011

Decorare il sacchettino di stoffa per il cambio del neonato (o per le bavaglie all'asilo)! Tutorial

Finalmente il grande Edoardo è nato! Ecco come ho dipinto il sacchettino di tela cucito dalla sua nonna a partire da una federa di lenzuolo (furba!!):


Non so se stare ancora ad annoiare con tutti i passaggi..
..ma sì! Così si capisce che è un gioco da ragazzi!

Dunque: avete presente il grembiulino dipinto per Sir Edward?
Ecco, ho usato lo stesso nome e un disegno del medesimo sito (questa volta scelto dalla mamma in attesa del piccolo Edoardo), li ho attaccati sul plexiglass e li ho riportati sul tessuto con il colore nero (e l'aiuto della light box!).







Ovviamente il Pulce si era già impossessato dei disegni stampati per i grembiulini e li aveva colorati a modo suo.. e dato che il suo modo mi piaceva molto, ho deciso di riportare fedelmente i suoi colori sulla stoffa:


Finito! Benvenuto Edoardo, piccolo rinoceronte!
Questa sacchetta ti accompagni fino alla scuola materna, con i miei migliori auguri!

Come ritagliare una pistola nella gommapiuma e cedere su tutto il fronte.

Un bel sabato di cose normali.
La spesa, le lavatrici, le pulizie; il cielo grigio e la scarlattinetta del Pulce che ci dicono di stare a casa.
La pizza tonno e cipolla con lo zio e il lievito madre, una preziosa serenità nel cuore.


Forse è stata questa serenità che mi ha permesso di realizzare uno dei più grandi desideri del Pulce guerrafondaio: giocare con le pistole anche se la mamma non vuole. E neanche il papà.

Vabbè. Il flauto di pan di Angu era stato da tempo smembrato per ottenere due "fucili" a canne multiple e le mazze del Cocco Golf erano diventate dei fucili semiautomatici. E' un periodo così e va avanti da un po'.



Il Pulce stamani ha aperto il cestone dei travestimenti e si è calato nel personaggio, mettendosi il costume di carnevale dello scorso anno. Si vede che l'altra sera "West and Soda" gli era piaciuto, fattostà che oggi era un cowboy che spostava la mandria di mucche peluche attraverso un canyon di sedie in salotto.


La sedia cavallo era pronta. Mancavano solo le staffe (risolte con fil di ferro e corda), lazo (corda) e armi adeguate.
Già, le armi.

Insomma ho preso un vecchio tappeto di gommapiuma, quello con le letterone che pare sia cancerogeno - per intenderci - ci ho copiato un paio di pistole con un pennarello indelebile e le ho ritagliate con le forbici.
Questo il disegno che ho usato:


Alla fine è venuta fuori così: morbida, bellissima, e si muove anche il grilletto.


Il nonno e il Pulce si sono tesi agguati, sfidati a duello (bang bang) e ri-sfidati a duello (usando le pistole come spade..). Alla fine li ho beccati a rincorrersi tirandosi dietro le nuove pistole. Un successone.

Però a Forza Quattro il nonno l'abbiamo stracciato.



P.S. Per carnevale il Pulce vuole un vestito da "Tucano Colorato". A parte l'impresa titanica che mi aspetta, ho riacquistato speranza...

venerdì 28 gennaio 2011

La torta "Isola dei pirati", veloce e scenografica!

Cara Home Made Mamma, questa settimana te lo cucino io il libro per il "Venerdì del libro"!

Mentre il Ciccetto rimane ciccetto e comincia a scorazzare per casa come un missile col suo girello distruttore, quel mucchietto d'ossa (cave?) del Pulce ha compiuto 5 anni decisamente pirateschi. E copiosi.

Torta (di pere) velocissima cotta nello stampo rettangolare, ritagliata e decorata con confetti multicolori

Da noi il libro di Altan "Kamillo Kromo. In giro per il mondo", un tamburello, l'ennesima enciclopedia della preistoria e il lego "Isola del Tesoro"..

Dallo zio, sempre avanti, è arrivato "Il tesoro maledetto" di Johnny Duddle, un libro illustrato in modo eccezionale, e dalla vicenda decisamente inquietante. Il Pulce lo ha subito adorato e non è l'unico in famiglia.
Posso solo anticipare che i pirati non sono i cattivi più malvagi del libro..

La torta di compleanno, la torta del tesoro maledetto, non poteva che essere questa!


E' la solita semplicissima e velocissima torta di mele che Angu ha preparato mentre io preparavo la pasta frolla, la mettevo in frigo, facevo i disegni per i biscotti di pasta frolla e li intagliavo nella pasta stesa.

In un ora ce la siamo cavata alla grande: abbiamo usato i biscotti, infilati in verticale nella torta, come scenografia dell'Isola dei Pirati (la glassa colorata la prossima volta, grazie), abitata da decorazioni per torte Paneangeli che avevo comprato (e nascosto) tempo fa e collocata in un vassoio ricoperto da carta velina blu+pellicola per alimenti.


Con la frolla avanzata sono venute fuori altri biscotti a tema, così i bimbi che sono venuti a bere il thé rosso con noi nel pomeriggio hanno potuto scegliere ciò che preferivano.


P.S. Lo scrigno col tesoro è dietro la palma!!!

P.P.S. Già che ci siamo metto anche questo: un bel libro trovato in biblioteca. Bello. "Il Libro degli Animali Fantastici" di Edith Nesbit.

martedì 25 gennaio 2011

Filastrocche delle dita dei piedi

In questi giorni potrei scrivere tonnellate di post a tema pirati. In pratica non posso neppure stare qui a spiegare il perché.

:-(

Mi segno solo la filastrocca delle dita di piedi piratesca. Angu sa essere folgorante:

Io sono Alluce e son Capitano
la ciurma del piede comando sovrano
Illuce il lungo mi fa da vedetta
Melluce studia la rotta corretta
Nelluce il cuoco lustra i coltelli
tutti ai miei occhi si voglion far belli
e mentre fan finta di darsi da fare
Cignolo il piccolo è il solo a remare


Modelli che ho disegnato per ritagliare frolle piratesche




Ed ecco filastrocche che mi avete regalato (grazie!):

Quella di Piccolalory, rapida e precisa:

Il primo è Alluce, niente da fare

secondo è Illuce, non sa indicare!

In mezzo Melluce si allunga snello

Nelluce è il quarto, ma senza anello!

E infine, piccolo e un po' birichino,

l'ultimo è Cignolo, il più bassino!



Poi quella di Stima di Danno, dritta dritta dalla metropolitana:

Alluce è solo, non sa dove andare,

Illuce, sì, lo vuole aiutare!

Melluce al solito fa il prezioso…

Nelluce arriva, sempre curioso

“Ci sono anch’io, non andate via!”

lo dice Cignolo alla compagnia.

POST SCRIPTUM settembre 2011: Segnalo che le filastrocche delle dita del piede sono risultate così belle ed interessanti da meritare di essere sfacciatamente copiate senza alcuna creanza da un ingannatore sito commerciale :-(

mercoledì 19 gennaio 2011

I nomi delle dita dei piedi

Sto dicendo che è un peccato che una parte del corpo così simpatica non abbia un nome proprio.

Io e Angu, quando stavamo insieme da poco e ci stavamo ancora esplorando, ce li siamo inventati.
Secondo me sono molto azzeccati, tanto che sono passati molti anni eppure ce li ricordiamo ancora.
In effetti sono solo cinque... ;-)

Sono nati i nostri piccolini e le piccole dita sono tornate al centro dell'attenzione; ad esempio quelle del Ciccetto attualmente sono paffutissime e faticano un po' a riconoscersi dato che anche i piedini in generale sono paffutissimi.

Ecco il piedino del Pulce a pochi mesi, come il nonno l'aveva scontornato su un foglio trovato per casa e si era segnato i nomi delle ditina, dato che erano piaciuti subito anche a lui:

1° dito (ovviamente) ALLUCE
2° dito: ILLUCE (con l'accento sulla I)
3° dito: MELLUCE (sempre con l'accento sulla prima vocale, anche nei successivi)
4° dito: NELLUCE
5° dito: CIGNOLO (il mio preferito, ça va sans dire)



Lessico familiare

Ora tocca a voi: chi mi inventa una filastrocca per insegnarli al Ciccetto?

lunedì 17 gennaio 2011

Light for three

Sono tornata al lavoro e il Ciccetto, mannaggiallùi, ha pensato bene di peggiorare notevolmente la qualità del suo sonno notturno. Acc!

Ieri sera ero agitata, all'idea di ritornare a sgomitare nel caos del CPS dopo un fine settimana fatto di ospiti speciali e teatro per bambini, e stamattina ero stravolta, un po' per il non dormire un po' per la nebbia sporca fuori dalla finestra.
Non so come ho fatto a tirare le tre, ma poi  un altro giorno è andato, un altro giorno di faticosa ricerca di un nuovo equilibrio, spossante.

Ed erano solo le tre...

Allora ho pensato ai momenti light di Stima. Ho preso il pupo e il passeggino e nella nebbia mi ci sono buttata a capofitto, ho nuotato a piedi, a lungo, nel traffico umido fino alla scuola del Pulce con un pezzo di pane e uno di cioccolato in tasca e poi siamo tornati insieme, chiacchierando lievi.

E per scongiurare le tenebre ombre del pomeriggio in casa? Un bagno caldo, tutti e tre a giocare nella vasca, fumante tropico domestico.

venerdì 14 gennaio 2011

Dalla parte di Bartleby

Riesco a partecipare al venerdì del libro di Home Made Mamma ed augurarle una buona e rapida ripresa? Ci provo.

Ieri è stato un giorno duro per me al lavoro. Il rientro si sa non è mai facile, lo sapevo già, l'avevo già provato e ne ho avuto l'ennesima conferma.

In cerca di strategie difensive estreme, mi è tornato alla mente "Bartleby lo scrivano" di Hermann Melville, che ho conosciuto per la prima volta al festival di letteratura Azioni InClementi nel 2007: ne era il tema portante e se ne presentava una interessante lettura teatrale di Andrea Pennacchi.

Il testo completo del racconto lo trovate qui.

Riporto la presentazione del festival, che lascia molti spunti di riflessione:



IL TEMA: DALLA PARTE DI BARTLEBY.
OSTINAZIONI, ALTERNATIVE E “PREFERIREI DI NO”


“Bartleby lo scrivano” è un racconto di Herman Melville, pubblicato due anni dopo “Moby Dick”, nel 1853. La storia è narrata in prima persona da un avvocato che ha uno studio legale a Wall Street. Ci racconta di quando ha assunto un nuovo copista, lo scrivano Bartleby. Dopo un breve periodo di lavoro, l’avvocato è costretto a fronteggiare il rifiuto opposto da Bartleby all’esecuzione dei compiti che gli vengono assegnati. All’inizio Bartleby rifiuta solo i lavori che non sono nel suo mansionario. Poi, li rifiuta tutti. Ad ogni richiesta, Bartleby sa rispondere con una sola frase: “preferirei di no”.
La risposta, continuamente ripetuta, si rivela molto più complessa di quanto può sembrare. Non c’è una spiegazione al “no” di Bartleby. In chi legge il racconto, questo “no” crea una gamma di sensazioni contrastanti –stupore, incomprensione, incredulità, ammirazione. Il rifiuto di Bartleby – e il modo in cui Bartleby rifiuta – è infatti ambiguo. Il “preferirei” rende il “no” più gentile, e ancora più tenace. È un “no” garbato, ma non per questo meno intransigente. Così pronunciato, il rifiuto di Bartleby è capace di maggior forza, maggior assolutezza rispetto ad altri tipi di opposizione. Bartleby pone il suo comportamento sotto il segno di una paradossale, enigmatica preferenza. Non rifiuta di parlare, ma di parlare come si parla. Non rifiuta di fare, ma di fare come si fa. La sua formula “disattiva anche gli atti linguistici con i quali un padrone può comandare” (Gilles Deleuze). Con Bartleby ci troviamo di fronte a un esodo inevitabile di uomini silenziosi e solitari che scelgono di vivere negli interstizi del mondo mercantile, nel rifiuto di partecipare a qualunque cosa sia in rapporto con esso. In quel “preferirei di no” Atoz rintraccia un modo straordinariamente efficace per ribadire un’ostinazione etica. Il “no” apre ad alternative che prima non c’erano. È un “no” capace di “cambiare discorso mentre la conversazione è già avviata sui binari predefiniti” (Paolo Virno).

E intanto ripenso a Schio, alla Paola trecciarossa che ci ha lasciati con gli occhi pieni di lacrime e agli amici lontani.

mercoledì 12 gennaio 2011

I post che non ho scritto


Ad esempio non ho scritto un vero post di Natale.
E meno male: avrei parlato solo di tossi, gastroenteriti, inopportuni deperimenti di quasicinquenni inappetenti e del mitico non-pranzo di Natale. Però è un peccato perché non ho scritto del piacere di avere ri-conosciuto la Silvia durante il magico Carrambaratto.
Poi non ho scritto il post leggero del lunedì, eppure ci ho pensato.
Di quello mi dispiace: l'avrei intitolato "Psycholight" ed avrei tratteggiato l'immagine di me che, al primo giorno di rientro al lavoro, tornavo in cinque minuti a casa a piedi per pranzo sotto la pioggia dall'ospedale. Camminavo leggera perché me ne fregavo delle convenzioni e, approfittando bassamente degli stivali a tenuta e dell'aura di bizzarria che -già comunque- aleggia intorno agli psichiatri, passavo attraverso il fango di un cantiere in attività e giungevo ad abbracciare il mio Essere Gioioso E Tondeggiante Di Una Bellezza Folgorante attraversando furtivamente una recinzione.
Nella schiena il solito brivido dolceamaro dell'aver saputo trovare ancora una volta il giusto equilibrio tra parole e silenzi e l'essere così riuscita ad ascoltare esperienze che non avrei mai voluto disvelare.

Prima? Non avevo scritto della nostra microfuga nella Valle dei Laghi a farci nuovamente coccolare da Antonia e da Abramo. Dei fuochi riflessi sul porto di Riva benedetti dal Pulce col vomito di inizio anno, della vasta bellezza di Viote sul Bondone e della libertà di lasciarsi andare a cavallo di slittino e di camminare nella neve col Ciccetto nello zaino.
Avrei raccontato della nostra terza entusiastica visita (in 6 mesi) al Museo di Storia Naturale di Trento e del nuovo animale entrato prepotentemente nelle fantasie del Pulce: lo scorpione delle grotte che diventa fluorescente se illuminato dalla luce ultravioletta.
Avrei raccontato della camminata sul lago giacciato al paese dei 100 presepi, della cucina strepitosa della Antonia e del bottino biologico stipato infine in vettura: succo di mela, farina integrale, lisciva da cenere fatta in casa e il regalo più prezioso: il lievito madre allevato con amore che vive ora nel mio frigo (spero).

E poi non ho scritto neanche dell'intima gioia di sentirsi capita, di sentirsi salvata dalla propria stessa ansia e portata ancora via, da un'altra parte, per pensare fino all'ultimo a noi e non, inutilmente, al lavoro.
Avrei parlato dei galli che ci svegliavano la mattina nella casetta nel castello della Valle di Susa, dove tutto è vecchio, strano e da scoprire, e si può macinare il caffè col macinino della bisnonna e giocare ai giochi del nonno di quand'era bambino, seduti per terra su un'antica coperta imbottita.
Avrei detto e ridetto quanto sia bella Susa, di quella bellezza un po'segreta, e gli altri paesini selvatici dai tetti di ardesia che si arrampicano sulle rocce grigie e aspre della sua valle.
Avrei ancora parlato dei ricordi e dei sapori che ci siamo portati con noi: della nuvola in cui siamo stati immersi per giorni e del sole splendente che ci ha sorpresi all'uscita di una spettacolare galleria finestrata al confine con la Francia, del negozietto dove prendiamo i grissini di Novalesa da regalare al ritorno agli amici e di quello dove compriamo la Focaccia di Susa (e non ce la facciamo proprio a darla via!); del nostro amore per Torino con l'Arca e il Gigantosauro del suo Museo Regionale di Scienze Naturali, le armature splendenti e piumate e i preziosi kris dell'Armeria Reale, le Luci d'Artista che illuminano la passeggiata in un centro (con ZTL) un po' più silenzioso libero dal traffico.

Anche ieri avrei avuto qualcosa da scrivere, l'avrei intitolato "Being Psychiatrist": perché tornati al lavoro ci si ricorda che a volte è più stressante capire la kafkiana burocrazia in cui si è immersi piuttosto che i pazienti... e che magari è ancora più difficile, nonostante un lungo colloquio, decifrare le volontà del Capo rispetto al proprio destino professionale.

Oggi sono in ferie per cui scrivo.

Ma scrivo dei post non scritti e non del Buio in Sala di Nati per delinquere.
Se avessi fatto un post sul cinema  l'avrei dedicato a presentare "Heimat" di Edgar Reitz e sarebbe venuto fuori che stavo presentando il solito mattonazzo, tedesco sottotitolato, di circa 55 ore.


Invece è un'opera filmica bellissima, che parla dell'adolescenza, della storia piccola di un paese e di quella grande di una nazione; parla del rapporto tra le generazioni, della musica e della genialità, delle cose semplici e della ricerca, della fuga in città e del ritorno in campagna, in provincia; parla della ricerca incessante del senso di appartenenza. E' a colori, in bianco e nero, metà e metà. E' fatto di tanti film, si fa in tempo ad appassionarsi ai personaggi, da seguire episodio dopo episodio, con le loro paure, i sogni, gli sguardi teneri.
Se ne avessi parlato avrei scritto questo e anche di più.
Wikipedia sintetizza così:

Prologo - Geschichten aus den Hunsrückdörfern (1981) è un documentario realizzato da Reitz durante la pre-produzione di Heimat. Viene considerato come prologo della trilogia.



Heimat (Heimat - Eine deutsche Chronik 1984) affronta, attraverso la famiglia Simon di Schabbach, un arco di tempo che va dal 1919, cioè dalle macerie della Prima guerra mondiale, al 1982. È composto da 11 episodi, per una durata totale di 15 ore e 40 minuti.


Heimat 2 - Cronaca di una giovinezza (Die zweite Heimat - Chronik einer Jugend 1992) espone le vicende di Hermann Simon, la fuga da Schabbach e gli anni della contestazione a Monaco, gli amori e la formazione quale compositore di musica sinfonica d'avanguardia. Copre il periodo che va dal 1960 al 1970. È composto da 13 episodi, per una durata totale di 25 ore e 32 minuti.


Heimat 3 - Cronaca di una svolta epocale (Heimat 3 - Chronik einer Zeitenwende 2004) racconta il ritorno a Schabbach, l'invecchiamento e il problema dei figli che crescono senza un futuro certo, nel periodo che va dal 1989 al 2000. È composto da 6 episodi, per una durata totale di 11 ore e 39 minuti.


Epilogo - Heimat-Fragmente: Die Frauen (2006) è incentrato sul personaggio di Lulu Simon; attraverso i suoi ricordi si ripercorre la storia di tutta la saga, con particolare attenzione alle varie figure femminili. È un unico episodio, della durata di 2 ore 26 minuti.
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